mercoledì 27 marzo 2013

La Fiera del Libro di Bologna compie 50 anni


Siamo a 50 anni. E questa volta li sentiamo e li vediamo tutti. È  il compleanno a cifra tonda della Fiera dei libri per ragazzi che si sta tenendo a Bologna fino a giovedì 28 marzo. Mezzo secolo per un settore che soffre sempre più di acciacchi e di piccoli grandi mali, come se fosse già un vecchio signore di paese.
Quest'anno il paese ospite è  la Svezia, terra che ha regalato a tutti i bambini del mondo un mito come Pippi Calzelunghe e Mumin. 
Colpiscono non solo i tratti sempre post-moderni delle illustrazioni in mostra ma l'età di nascita degli autori segnata in piccolo su ogni didascalia dei disegni: 1982, 1979 o giù di lì. Ennesima conferma che lassù non si aspetta l'età matura per aspirare ad un premio internazionale e, come Pippi raccontava nella vita si possono fare più lavori contemporaneamente, dal pirata al veterinario.




Nel salone d'ingresso della Fiera campeggiano in aria, come a ricordarci che siamo pur sempre in un mondo di favole, una grande mongolfiera e un sottomarino. Proseguendo si entra in un cosmo di migliaia di libri, centinaia di case editrici, editori e illustratori riconoscibili dalle loro mega cartelle sotto il braccio, pronti a mostrarle a chi ha cuore di riceverli. Stands enormi, file del pubblico, firmacopie ovunque, novità editoriali, riviste specializzate.
E i ragazzi? I bambini? Le scolaresche? Neanche una! Una fiera a loro dedicata ma senza pubblico direttamente interessato. Anomalia che più giri tra i padiglioni e più diventa macroscopica. 
Eppure tra gli stand trovi anche un Peppa pig gigante e due Ape Maya gialle, che sono costrette a stringere mani agli editori che stancamente siedono tra i loro libri. 
Perché allora far arrivare tutti questi libri dal mondo e non mostrarli a chi dovrebbe leggerli? Gli organizzatori da un po' di anni fa tengono fuori i minorenni e l'ingresso (anche un po' costoso) è stato riservato solo agli operatori del settore.
Quindi, fuori le classi, fuori i giovani amanti di fantasy e fuori soprattutto i piccolissimi (0-3 anni) che, invece, dicono i dati di vendita, assorbono il 35% del catalogo ragazzi. Entrano solo gli adulti, gli interessati, quelli che hanno la responsabilità di scegliere per i loro figli, per i loro alunni o per i loro clienti.


Una scelta forse non troppo miope: l'ultimo rapporto sulla promozione della lettura ha sottolineato che in media, sopra i 25 anni, si smette improvvisamente di leggere. Per mancanza di tempo, la scusa più citata. Perché c'è il lavoro di mezzo o perché inizia a vivere in una casa diversa da quella di mamma e papà e le spese aumentano. E se si deve tagliare qualche spesa, si evita di comprare un libro. 
Allora, forza Bologna, quelli che vanno recuperati, convinti, ammaliarli sono proprio gli adulti, cerchiamo di far capire loro che un libro è gradevole come una pizza tra amici, che leggere non prende tempo, anzi lo allunga perché si comincia a sognare e che i nostri bambini hanno bisogno di ascoltare storie, quanto vedere cartoni o giocare con il telefonino.
Buon compleanno e altri 50 di questi giorni!.

Anna Rita Marchetti, 
Libraia, Ponte Ponente, Roma

mercoledì 19 dicembre 2012

Per un buon inizio

Segnaliamo e invitiamo a partecipare al Convegno Nazionale della Campagna per la difesa del latte materno dai contaminanti ambientali, che si svolgerà a Faenza il 12 gennaio 2013 nell'ambito del programma di eventi sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza "Per un buon inizio...". 

disegno Franco Panizon

Il Convegno, che ha il patrocinio dell'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, è promosso dalle associazioni che quasi un anno fa hanno steso il Manifesto della Campagna, e vuole fare il punto della situazione e stimolare alla consapevolezza e all'azione per la salvaguardia della salute di bambini e adulti. 
Alle 16.30 l'apertura è dedicata ai più piccoli, con lo spettacolo di burattini "Un mondo da salvare", tratto dall'omonimo libretto prodotto dalla Campagna e scaricabile dal sito www.difesalattematerno.wordpress.com
Dopo il saluto iniziale interverranno Laura Reali (pediatra ACP - Pump) e le portavoci della Campagna, Patrizia Gentilini (oncologa ISDE) e Paola Negri (IBCLC e presidente di IBFAN Italia), sul tema "Diritto ad un buon inizio col latte materno. Ma se il latte è inquinato? Consigli alle mamme e proposte alle istituzioni". 
Seguiranno le testimonianze di genitori e medici da diverse zone inquinate d'Italia: Taranto (Annamaria Moschetti, pediatra ACP), Venafro (Associazione Mamme per la salute e l'ambiente), Roma (Minerva p.e.l.t.i., Associazione di genitori di bambini oncoematologici per la prevenzione e lotta ai tumori infantili), Parma (associazione Futura), Milano (genitori antismog). 
Dopo il dibattito un buffet biologico e infine la proiezione del film documentario "Sporchi da morire" di Marco Carlucci. 

  
Contatti e informazioni: 333-3520627lindamaggiori@hotmail.com -difesalattematerno.wordpress.com - allattandoafaenza.blogspot.it


A conclusione della serata, verranno  presentate le 10 domande per i futuri candidati premier, a cura della Campagna:
http://difesalattematerno.wordpress.com/

lunedì 12 novembre 2012

Se Cappuccetto Rosso diventa immmortale

Pubblichiamo di seguito il commento di Giuseppe Sparnacci, psicologo e psicoterapeuta, al post precedente. 
La fiaba di Cappuccetto Rosso del Perrault (sec. XVII) si conclude con il lupo che mangia la bambina. Ma già nell'Ottocento, nella versione che ne danno i fratelli Grimm, viene inserita la "resurrezione" di Cappuccetto Rosso per mano del cacciatore. Come una metafora della non accettazione della morte. 
La nostra società sembra allontanare sempre più l'idea della morte. Come se, non parlandone, si esorcizzasse l'accadimento. Sono gli adulti che hanno paura ad affrontare il problema che ci pone la morte e che hanno paura a parlare di morte. Non i bambini. Al bambino sarà duro spiegare che una persona conosciuta o cara o molto vicina (come un familiare, dai fratelli, ai genitori, ai nonni), è morto. I bambini costruiscono lentamente categorie spazio – temporali nelle quali inserire le coordinate degli avvenimenti. Il prima e il dopo, la realtà e la fantasia si mescolano e confondono i loro riferimenti. Ma l'aiuto da dare loro è quello della progressiva capacità di comprendere la realtà e di affrontarne le difficoltà.
Anche io penso che sarebbe giusto parlare della morte ai bambini, non certo in astratto ( "sai tutti dobbiamo morire, è una legge di natura"...). Ma quando avviene che una persona ben conosciuta dal bambino viene a mancare, è bene dire lui che quella persona è morta. Ci chiederà cosa vuol dire morire. Cercheremo di trovare le parole per spiegarglielo. A seconda delle nostre convinzioni religiose o laiche. Ma senza ingannarlo sarà bene dirgli che quella persona non sarà più presente nella sua vita. L'elaborazione di un lutto ha sempre inizio dalla possibilità di accettare ciò che è successo. E partecipare a un funerale è un segno tangibile di quello che è successo. 
E poi lasciatemi dire che, comunque, i nostri bambini sono esposti giornalmente a filmati e notizie che riguardano la morte. E' vero che nei cartoni animati non si muore mai. I personaggi risorgono e sono di nuovo miracolosamente sani dopo atroci ferite o tagli di parti vitali del corpo (come la testa). E' vero che le notizie di catastrofi dei telegiornali sono ascoltate con orecchi distratti dai bambini (e dalla maggioranza degli adulti), ma proprio per non confinare nel regno del tutto possibile un dramma come il morire, è bene che, quando se ne presenta l'occasione, il bambino sia posto di fronte alla realtà.
Io che sono nato nei lontani anni '40 del Novecento (come il padre della mamma che ha scritto il post precedente) e che da bambino ho "visto" la morte dei vicini di casa (anziani) ma anche di bambini compagni di classe, sono convinto che è giusto parlare di morte ai bambini.
Giuseppe Sparnacci"

martedì 6 novembre 2012

La verità è sempre meglio di qualsiasi menzogna

Ospitiamo volentieri le riflessioni di una mamma sul tema delle morte, un tema difficile e spinoso, soprattutto quando riguarda i bambini e la tentazione di dire una bugia è sempre a portata di mano.

Arnold Boeklin, L'isola dei morti, 1880-86
"È giusto parlare di morte ai bambini? E’ un male portare dei bambini ad un funerale se muoiono persone care?  Sono domande che mi sono posta proprio in queste giornate dedicate al ricordo dei nostri defunti, sorte a seguito della morte improvvisa di un piccolo angelo di 8 anni, che ha avuto una’esistenza travagliata sin dal giorno della sua nascita e che è stato compagno per alcuni anni dei miei figli più piccoli alla scuola d’infanzia.

La nostra scuola materna intendeva essere presente ai funerali con i bambini della classe dei grandi, in segno di partecipazione ad un dolore che ha toccato una famiglia ed una madre non comuni, che noi mamme assieme ai nostri figli abbiamo avuto la fortuna di conoscere. Sono rimasta tristemente  sorpresa che dai genitori e dalle insegnanti si sia invece levato un secco e quasi unanime no.
Tutti quei genitori che facevano fronte comune nel proteggere i propri bambini di quattro, cinque anni, dalla morte. Morte. Una parola così breve che racchiude un significato enorme, un mistero che nemmeno noi adulti possiamo spiegarci e spiegare fino in fondo, forse tutto quello che possiamo fare è accettarla; cosa potranno mai pensare dei bambini così piccoli? Però a me sembrava normale, sì, proprio la parola che avete appena letto, normale, portare i miei figli a salutare per l’ultima volta quel compagno di scuola dopo aver detto loro della sua morte. 
Comunque ho pensato che forse ero io a sbagliarmi, che se tanti mamme e papà si erano così fermamente opposti probabilmente ero io ad essere una madre scellerata, incapace di vedere quando è necessario proteggere i propri piccoli dalle brutture della vita. Ho parlato di questi dubbi con mio padre, che è alle soglie dei settant’anni, e lui mi ha raccontato di come quand’era bambino ci fosse non soltanto l’usanza di portare i più piccoli alle cerimonie funebri, ma ha ricordato di come li radunassero su un carretto e li portassero tutti assieme in Chiesa, anche quando a morire era un bambino. Ricorda di come fosse “normale” per loro giocare tra le lapidi e le tombe del cimitero di paese, monelli incoscienti e sacrileghi, ma forse in parte anche consapevoli e con alcune domande in testa, le stesse che affiorano oggi nei nostri bambini quando non possiamo, o vogliamo, più proteggerli dal vedere cosa rappresenta la  morte nelle nostre vite: dov’è andato? Ma ritorna? Anche il corpo va in cielo?
In quei lontani anni ‘40 la morte era parte della vita nel nostro paese: è una frase banale, siamo d’accordo, perché quando il lutto ti tocca da vicino non è di alcuna consolazione, ma è anche terribilmente vera nella sua semplice banalità e forse i nostri nonni erano molto più saggi, nella loro ignoranza, di quanto lo siamo noi oggi con i nostri bei diplomi, lauree e vite più o meno agiate.
Da mamma, mi chiedo: non sarà che con il pretesto di proteggere i figli, si voglia invece evitare di rispondere a quei quesiti che inevitabilmente ci pongono, loro che non hanno filtri e non tentano di nascondersi la verità come noi adulti? Perché non lasciarli liberi di guardare con occhi di bambino anche l’aspetto più triste e doloroso della nostra natura umana? Perché non lasciarli liberi di dar voce a paure che esistono fin da piccoli, rispondendo da genitori con il buon senso e le parole adatte all’età di ciascuno, evitando di creare realtà fasulle, ingigantite da frasi dette e non dette che finiscono per lasciare i bambini soli con le proprie angosce?
Forse il film “Monsieur Lazhar”, che il dott. Calia ha recensito nell’ultimo numero di Uppa, aiuta a dare una risposta alle mie domande. Io ho posto fine ai miei dubbi quando ho visto l’abbraccio che una mamma in lutto per la perdita del proprio figlio ha dato alla mia bimba di quasi sei anni che le porgeva, a nome della scuola e di tutti i compagni, i disegni fatti in ricordo di quella fragile e silenziosa presenza nella nostra scuola"

di Paola Bortolazzo


mercoledì 17 ottobre 2012

Addio professor Panizon

Il 15 ottobre si è spento a Trieste, la sua città, il prof. Franco Panizon. Tutti noi pediatri che lo abbiamo conosciuto, e siamo migliaia che leggevamo i suoi articoli, soprattutto su "Medico e Bambino", la rivista che aveva fondato 31 anni fa, e che lo ascoltavamo parlare (a volte persino “tuonare”) negli innumerevoli convegni a cui partecipava, sappiamo benissimo chi sia stato: semplicemente il nostro maestro. 


 Ma voi genitori, che pure avete avuto modo di leggere i suoi editoriali e gli articoli che ha scritto su "Un pediatra per amico", e avete visto le belle illustrazioni che ci ha regalato in tutti questi anni, forse non sapete che è in gran parte per merito suo se i vostri bambini sono stati assistiti, negli ultimi tre decenni, con competenza ed umanità. La pediatria di famiglia italiana era poca cosa prima che il prof. Panizon, insieme ad un piccolo gruppo di altri pediatri “illuminati”, avviasse alla fine degli anni `70 un grande movimento culturale che avrebbe contribuito in maniera determinante a trasformarla e a farla diventare quello che è: un servizio all`avanguardia che tutta l`Europa ci invidia. Se penso a me stesso, a quello che ero e a quello che sapevo prima di entrare in contatto con il prof. Panizon e di essere attratto nella vasta galassia delle iniziative che intorno a lui si sono create (riviste, convegni, gruppi di pediatri, l`Associazione Culturale Pediatri che aveva fondato e che poi ha raccolto la parte migliore della pediatria italiana), mi rendo conto di come la mia professione, che poi è anche la mia vita, abbia ricevuto un impulso fortissimo al miglioramento e alla crescita. E non sono stato certamente il solo che abbia fatto questo percorso. Non si è trattato soltanto di una trasmissione di sapere, saper fare e saper essere, ma anche di un rapporto umano profondo e coivolgente che la sua persona, una persona davvero speciale, sapeva suscitare. Anche il sito che state consultando, e il giornale di cui questo sito è espressione, non sarebbero mai esistiti se il prof. Panizon non avesse aderito con entusiasmo, fin dall`inizio, ad un progetto di comunicazione con i genitori e di trasmissione di conoscenza e valori, che lui vedeva come il naturale completamento della nostra attività di pediatri. Senza esagerare si può dire perciò che la sua intensa attività scientifica, letteraria e anche artistica abbia influenzato positivamente, tramite migliaia di pediatri come me, l`infanzia di una parte consistente di tutti quelli che oggi hanno meno di 30 anni. È stata una fortuna e un privilegio percorrere insieme a lui una parte della vita, perciò oggi che se n`è andato per sempre, non possiamo che sorridergli e dirgli: “Grazie, Professore”.
Di Vincenzo Calia


lunedì 24 settembre 2012

Fare più figli fa bene: provare per credere

Pubblichiamo di seguito la bella lettera di una nostra lettrice.


Sono una vostra lettrice da molti anni e mi trovo quasi sempre d'accordo con le vostre idee: i vostri consigli mi sono stati utilissimi, soprattutto quelli che tendono a sdrammatizzare e a semplificare ed è per questo che mi sono permessa di scrivere per dare un consiglio anch'io, un consiglio che da solo aiuta a risolvere un sacco di problemi sull'educazione, le malattie, i rapporti sociali dei nostri figli: genitori, fate più figli.



Lo so, sto tirando l'acqua al mio mulino, visto che ne ho 4, ma quando hai 4 o più figli un raffreddore è solo un raffreddore, il pediatra lo vedi un paio di volte all'anno perché bene o male le cose si risolvono da sole, tuo figlio gioca con la terra e vaga nel bosco dietro casa (tu non sai bene esattamente dov'è, sai che è nei paraggi mentre stai cambiando l'ultimogenito e spiegando al terzo che non può per nessun motivo tagliare i capelli alla bambola della sorella). Stai certo che al pronto soccorso non vai per motivi inutili (un po' per esperienza, e un po' perché hai grosse difficoltà a trovare qualcuno che ti tenga gli altri tre!). Nessuno può passare la giornata al computer perché ci sono almeno altri due che ti dicono in continuazione "Hai finito? Hai finito? Tocca a me?”). Le nevrosi dei genitori vengono ben ripartite tra più persone così non incidono in maniera devastante. I bimbi imparano quasi spontaneamente la condivisione, il rispetto delle cose altrui, la forza che sta nel fare le cose insieme. Le cose superflue sono accantonate senza che i genitori debbano far disquisizioni su quanto fa bene rinunciare a qualcosa o combattere per ottenerla ("Non abbiamo i soldi per il motorino, se lo vuoi devi lavorare quest'estate"- lineare, limpido, senza rivalse né aggressioni).
I contro? Ce ne sono senz'altro ma credo siano molto meno incisivi dei pro.
Ecco! Ho detto la mia, spero che incoraggi qualcuno ad avere più fiducia e a buttarsi.
Ah! Un ultima cosa: non serve avere un lavoro super retribuito. Provare per credere!
Anna Gamboz, San Dorligo della Valle (TS) - anna.gamboz@katamail.com

venerdì 21 settembre 2012

La casa nel bosco

Pubblichiamo la segnalazione di  Matilde Galletti, una nostra lettrice.

Grazia, chiarezza e semplicità dovrebbero essere elementi fondamentali quando si realizza qualcosa dedicato ai bambini, quando passiamo del tempo con loro e anche quando ci discutiamo.
Si sa di quanto ai piccoli piaccia da matti giocare con gli scatoloni della spesa, con i sassi del giardinetto o con quelli che tengono ferme le porte in casa, con il ghiaccio a cubetti e con mille altri oggetti ‘qualunque’.

 

Però un piccolo tocco che trasforma lo scatolone in autobus – e annessa fermata – per bambole e pupazzi, il ghiaccio in contenitore di fossili colorati o magica cristallizzazione dei fiori del giardino o del balcone riesce a incantarli e, come auspicava Bruno Munari, a fargli percepire le possibilità nascoste negli oggetti quotidiani. Così lavora la fantasia, l’immaginazione, ed è così anche che si fa arte: comprendendo che le possibilità sono infinite e nulla è trascurabile.
Un esempio di queste possibilità è dato dal blog di una mamma ceca, illustratrice e grafica. Si chiama Jana Kloučková Kudrnová, vive a Olomouc, nella Repubblica Ceca e l’indirizzo è http://zlesa.blogspot.it/. Ne scrivo proprio perché questo spazio ha in sé grazia e poesia, semplicità e chiarezza nel proporre delle attività da fare con i bambini, in casa e fuori, partendo da materiali disponibili in ogni abitazione e dando la possibilità di scaricare direttamente dal sito mini libri, piste per automobiline o acquari attacca-stacca. Tutti disegnati da Jana: c’è il puzzle con le sagome dei sassi, il libro delle vacanze, i funghi di stoffa, l’acquario con il cartone e tanto, tanto altro. Sono presenti anche “spigolature bibliografiche”, resoconti di gite o di pomeriggi di attività all’Olomouc Centre for Ecological Activities (un posto così, in tutta sincerità, qui da noi ce lo sogniamo! http://www.slunakov.cz/eng



Per non parlare del fatto che lei e la sua famiglia abitano vicino a un bosco, in una casa che sembra quella in cui anche tu vorresti passare la maggior parte del tuo tempo (se non fossi così fortunata da essere figlia della movimentazione nel lavoro, tuo e di tuo marito, ovvero costretta a vivere in tre città differenti ma con la costante di almeno cinquecento chilometri una dall’altra!), con lo stagno dove i bimbi sguazzano nudi e felici, pescando con sommarie canne da pesca pesciolini di legno, e un verde così intenso che anche in fotografia ti apre il cuore. I testi sono perlopiù in ceco, ma ci sono quasi sempre due righe in inglese a spiegare come procedere con il materiale da scaricare o che illustrano i contenuti. Il blog vale quindi almeno una visita, per curiosare tra le tante meraviglie che contiene, tra immagini, oggetti e disegni e magari per farsi un po’ permeare dalla poesia che lo pervade.

Matilde Galletti